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Quando le cause di una crisi sono troppe, è difficile capire quale sia stata quella scatenante. Tutti noi additiamo alla società la poca organizzazione, la mancanza di polso, la scarsa lungimiranza e la competenza più che approssimativa. Eppure, tornando indietro all’estate 2009 non c’era nessuno che avesse avanzato dubbi tanto pesanti sul mercato bianconero, compatibilmente con le casse della società , ovviamente.
E che dire di Ferrara, accolto come il salvatore della patria che scacciò l’infedele Ranieri dalla Terra Santa di Torino. Ci ricordiamo bene quando sentir parlare Ciro di modulo a tre punte, rombo o trequartista, pareva di udire una musica celestiale, tanto eravamo rimasti nauseati da quel 4-4-2 che veniva usato anche per salire sul pullman.
E infine i giocatori, che sulla carta sono Campioni con la “C” maiuscola, ma in campo so un’altra cosa, con la “C” maiuscola. Altro che mondiali, o Champions League, o scudetto… gli stimoli erano maggiori in serie B o quando si giocava per il quarto posto, che non quando si dovrebbe lottare per il vertice.
Ma, appunto, si diceva che quando la nave ha troppe falle non si può certo fermarsi a pensare quale sia stata la prima mentre si sta affondando. Bisogna agire e cercare di salvare il salvabile, tamponando il buco più grande. La crisi juventina tocca tutti i lati tecnici, tattici e societari, ma un aspetto ovviamente prevale in modo gigantesco su tutti gli altri, così come abbiamo da tempo sottolineato: la squadra non gioca a calcio. Questo non è da intendersi come crisi di gioco in senso stretto, ma proprio nel senso più elementare del termine. La Juventus non ha un modulo su cui si basa tutta la teoria e tattica calcistica; non ha un’organizzazione anche minima, per sapere come gestire le varie fasi di una partita; non ha mentalità vincente e personalità per ambire a qualsiasi risultato; infine, non si muove mai come una squadra compatta, offrendo sempre il fianco agli avversari.
Considerando che queste cose vengono insegnate nelle giovanili, si capisce chiaramente come, smarriti totalmente questi “dettagli”, la Juve abbia cominciato ad avere una media da retrocessione. Come fare quindi a recuperare la mentalità e l’organizzazione di gioco quando non puoi permetterti di cambiare allenatore e quando devi preparare il terreno per il successore? No, non assumi l’ennesimo traghettatore che porterebbe solo ulteriore confusione (i soli nomi di Zoff e Trapattoni mi mettono i brividi….), occorre assumere una sorta di “consulente tecnico” che sappia indirizzare o affiancare sul campo il lavoro di Ferrara nel dare una identità e una organizzazione alla squadra.
Il nome di questo “consulente”? Arrigo Sacchi. Â